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Il futuro del paesaggio agricolo nelle Marche. Intervista al Prof. Davide Neri dell’UNVPM

Di Roberto Ceccarelli

Jesi può essere ancora una città agricola? Con l’arrivo del polo logistico di Amazon la Vallesina è sempre più polo industriale, logistico e di servizi. Ma Jesi (al centro di un vero e proprio distretto del vino) e la sua fertile (e un tempo coltivata) vallata, hanno ancora un ruolo nel panorama agricolo?

Intervista sul modellamento del paesaggio agricolo delle Marche nell’intervista con il Prof. Davide Neri Direttore del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell’Università Politecnica delle Marche.     

Se la fama di centro operoso e industriale di Jesi è indubbia, negli anni è scemata quella di centro di produzione agricola d’eccellenza. Spazzati via dall’urbanizzazione gli scampoli di terreni agricoli nel perimetro dell’area urbana e nella parte bassa della Vallesina, negli ultimi cinquant’anni abbiamo assistito alla continua evoluzione del paesaggio rurale, tanto apprezzato anche dai turisti. Dalla prevalenza della barbabietola da zucchero, dismesso lo zuccherificio Ex Sadam, poco rimane di quell’agricoltura di nicchia, a favore di una standardizzazione delle colture intensive che oggi si trovano a fare i conti anche con il cambiamento climatico.

Nel secolo scorso tante erano le varietà ortofrutticole che prendevano il nome della città di Federico II: dal carciofo violetto “precoce di Jesi” al “cavolfiore di Jesi”, dal colore giallo e dall’odore sulfureo, solo per citare i più famosi. Infine, sempre più rari i fiori spontanei, anemoni e tulipani selvatici che coloravano le campagne. Tutto è perso? No. C’è ancora speranza, a patto che si sappia governare il cambiamento.

Come si modellerà il paesaggio agricolo intorno alla città e in Vallesina? Lo abbiamo chiesto al Prof. Davide Neri, Direttore del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell’Università Politecnica delle Marche.

Come si è evoluto il paesaggio agricolo negli anni?

“Il paesaggio è il frutto dell’interazione tra le attività umane e l’ambiente. Spazi considerabili veramente naturali, cioè senza la presenza umana, sono pochissimi ormai. È un fenomeno globale. Il paesaggio è sempre in evoluzione e cambia con la realtà socio economica che lo gestisce. Quello che ha incontrato Giosuè Carducci nell’ottocento è il paesaggio della mezzadrìa nel pieno della sua attività, basata su piccoli poderi con una o più famiglie residenti. La gestione del territorio oggi è completamente diversa. L’esempio più lampante è nella coltivazione dell’olivo. Nell’ottocento gli alberi erano isolati o disposti in piccoli filari o al bordo di un appezzamento, magari vicino alla casa colonica. Oggi, invece, i nuovi impianti di ulivo sono per lo più di tipo intensivo.

Ci sono elementi comuni con la vite: i vigneti dell’ottocento erano completamente diversi rispetto ad oggi. La maglia poderale della mezzadria era di sei-sette ettari con molte specie coltivate su piccoli appezzamenti o in filari. Oggi la maglia poderale è rimasta in parte simile, ma in parte no, infatti, la proprietà è ancora accorpata in piccoli poderi, ma gli appezzamenti sono gestiti in conto terzi su superfici anche di centinaia di ettari. Possiamo parlare dunque di co-evoluzione: così come evolve la situazione socio economica, così cambia il paesaggio.

La domanda alla quale dovremo rispondere è cosa desideriamo dal nostro paesaggio? Che livello di diversità vogliamo avere? Abbiamo delle responsabilità e possiamo decidere come farlo evolvere”.

A chi spetta decidere?

“Le variazioni climatiche e l‘innalzamento della temperatura portano alla diffusione di diverse specie coltivate e di diverse tecniche di coltivazione. L’agricoltura si adatta ai cambiamenti e cerca di fornire la risposta migliore in funzione del contesto economico. Tuttavia, anche se il mercato ci dirà con quale specie avremo maggiore probabilità di guadagno, se vogliamo mantenere un paesaggio ricco e un livello elevato di bio diversità, che è vitale per l’ambiente e per l’uomo, dobbiamo scegliere come società il tipo di evoluzione delle coltivazioni”.

Di fronte al cambiamento climatico quali colture e quali elementi del paesaggio possiamo prevedere? 

“La mitigazione del cambiamento climatico richiede una politica di regimazione delle acque, di efficienza nell’irrigazione, di accumulo di carbonio nel terreno. Sicuramente nei prossimi anni avremo un cambiamento di alcune delle specie presenti. L’olivo tenderà a essere sempre più presente, perché abbiamo inverni meno freddi. Fino a pochi anni fa le Marche erano il limite nord della diffusione dell’ulivo, ma ora questo limite si sta spostando tra la Romagna e il Veneto, e anche in Friuli. Quindi, possiamo ipotizzare che verrà piantato più olivo e questo porterà l’esigenza di più manodopera per la sua coltivazione. Se vogliamo piantare olivo, ma con poca manodopera, le coltivazioni dovranno essere meccanizzate. Possiamo pensare che i nostri oliveti saranno organizzati in filari di forma sempre più regolare, come per la vite; meccanizzabili, anche per la raccolta. Quindi sarà un paesaggio dell’olivo a file strette che modellano le pendenze. Da lontano non si riconosceranno i singoli olivi, ma solo i filari continui con il terreno inerbito che serve a ridurre l’erosione e migliorare la fertilità del terreno. In passato, questo è successo anche per la vite che era maritata a specie selvatiche: olmo o acero, e poi è stata coltivata in filari, intervallati da colture di pieno campo, e infine, è diventata specializzata e intensiva con vendemmia meccanica”.

Un olivo secolare nelle campagne di Monsano (AN). Foto di Francesca Ceppi

Altre colture che modelleranno il nostro ambiente agricolo?

“Oltre alle colture erbacee di pieno campo (cereali, oleaginose, leguminose) alcune colture da frutto diventeranno importanti. Nella parte interna delle Marche si può ipotizzare un grande revival del castagno e delle mele antiche dell’Appennino, perché resistono al freddo invernale, ma anche al caldo estivo. Vedi la mela rosa dei Sibillini e la mela rosa in pietra nel fabrianese. Inoltre, il cambiamento climatico renderà sempre più interessante il fico, il melograno, la visciola, il pero, il ciliegio, il pesco e il susino, oltre ai piccoli frutti (mirtilli, more, lamponi, fragole) sempre più richiesti per diete equilibrate, e anche fuori pasto come snack.

Per quanto riguarda l’agricoltura in pieno campo, cresce l’interesse per le leguminose, a causa del crescente consumo e per la loro funzione nella rotazione agraria. Nell’ottocento le leguminose più nobili (fagioli, ceci, ecc…) erano divise tra mezzadro e proprietario del fondo, la cicerchia invece andava tutta al mezzadro perché era “povera”. Il legame di questo prodotto con il territorio già esiste e sta crescendo.

L’interesse c’è poi anche sulle piante ortive: il carciofo, le insalate, il cavolo di cui Jesi era un centro di produzione fondamentale. Altri prodotti sono quelli da surgelazione: piselli, fagiolini, spinaci, ecc… Ovviamente se ci saranno le condizioni socio economiche: energia e manodopera in primis. La vite rimarrà comunque uno dei capisaldi dell’economia agricola marchigiana. È un settore maturo, che continua a innovare prodotti e processi. Nei settori emergenti, ad esempio la filiera della birra o dei piccoli frutti, ci sono importanti innovazioni dal campo fino al prodotto trasformato. Le nostre condizioni pedoclimatiche consentono di diversificare, per cui molto dipende dalle aziende agricole e da quanta innovazione gli imprenditori agricoli riescono a portare. Fra le possibilità rientra anche l’allevamento animale, con tanti prodotti di eccellenza. Questo rende importante l’uso delle piante foraggere, come l’erba medica, che trovano spazio e favoriscono la rotazione agraria. Produrre leguminose per l’allevamento animale arricchisce il paesaggio e la diversità”.