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Il benessere si misura nella vita reale. Intervista a Marco Giovagnoli Coordinatore del Corso di studio in Scienze Giuridiche per l’Innovazione organizzativa e la Coesione sociale di Unicam

Dalla qualità dei servizi alla tenuta delle aree interne, Marco Giovagnoli Coordinatore del Corso di studio in Scienze Giuridiche per l'Innovazione organizzativa e la Coesione sociale di Unicam, analizza le sfide concrete dietro il progetto “Marche Terra del Benessere”.

DI Veronique Angeletti

Dalla qualità dei servizi alla tenuta delle aree interne. Marco Giovagnoli, professore del Corso di studio in Scienze Giuridiche per il governo dei territori dell’Università di Camerino, analizza le sfide concrete dietro il progetto “Marche Terra del Benessere”.

La legge regionale “Marche Terra del Benessere” prova a trasformare il benessere da slogan a criterio di governo, collegando agricoltura, salute, lavoro, sicurezza e aree interne. L’idea è che la qualità della vita non dipenda solo dall’economia, ma anche da ambiente, relazioni, servizi e identità dei territori. La vera sfida sarà renderla concreta: più servizi, meno divari, più opportunità per giovani e aree interne. Solo allora il benessere potrà diventare una reale infrastruttura sociale e competitiva della regione.

Quando una Regione parla di “benessere”, quali elementi dovrebbe includere davvero questo concetto dal punto di vista sociale, oltre alla crescita economica e alla promozione del territorio?

Oggi c’è la tendenza a ricondurre il “benessere” ai suoi aspetti più marcatamente materiali e individualistici. Certamente il dato materiale conta e la sicurezza economica, sia a livello individuale che aggregato, può contribuire al senso di coesione e di fiducia, specie se le disuguaglianze tra i redditi e le opportunità non sono così marcatamente accentuate, come tendenzialmente sembrano apparire oggi. Ma se scomponiamo il termine come “ben-essere”, si evidenzia un altro significato che fa riferimento ad una dimensione più immateriale, al senso di trovarsi bene nel mondo, assieme agli altri umani, al paesaggio, alla natura; ben-essere ha natura multidimensionale, significa “vivere bene” e per questo, ovviamente, la politica e il decisore pubblico possono fare molto – o  molto poco.

Un progetto come “Marche Terra del Benessere” può rafforzare il senso di appartenenza dei residenti, oppure rischia di restare soprattutto una narrazione istituzionale?

Se posso essere franco, l’espressione profuma di marketing promozionale, in questa regione circolano molti progettisti creativi. Il legame fra benessere e appartenenza mi sembra piuttosto labile e non legherei gli sforzi per il miglioramento delle condizioni di vivibilità nella nostra regione a istanze identitarie, spesso tra l’altro pericolose se male praticate. L’appartenenza comunitaria è pratica quotidiana, spesso non scontata e faticosa, è un processo e non un punto di arrivo, ha a che fare con delicati equilibri di inclusione ed esclusione (purtroppo questi ultimi ben presenti nella nostra regione) e si nutre delle condizioni in cui viene a trovarsi – se favorevoli ne trae giovamento e certo per questo ogni progettualità dotata di senso è la benvenuta. Ma i destinatari primi devono essere gli abitanti, il claim sembra rivolgersi più al turismo.

Quanto possono incidere agricoltura biologica, prodotti certificati e qualità alimentare nella costruzione di una vera identità collettiva territoriale?

Anche in questo caso, il legame fra il biologico e l’identità collettiva mi sembra molto artificioso; altra cosa è invece sostenere, con tutti gli strumenti possibili, la transizione da un agricoltura ad alto impatto ambientale (pensiamo solamente al contributo al cambiamento climatico) verso un approccio agroecologico, che comprenda ovviamente il biologico e una agricoltura e allevamento con il minor impatto ambientale possibile. Questo significa, tra le altre cose, andare incontro alle esigenze anche di piccoli (e giovani) produttori, evitando il sostegno solo al gigantismo e alle grandi dimensioni, e agevolare nella misura massima consentita la semplificazione procedurale, ad esempio per coloro che di fatto già operano in maniera biologica, ma non possono accedere alle certificazioni per l’enorme burocrazia che vi gravita attorno o, se lo fanno, si trovano in grande difficoltà. Se poi, in ultima analisi, si può veicolare l’idea di una regione che investe realmente in un progetto condiviso di basso impatto ambientale in agricoltura e di alta qualità delle produzioni agro-silvo-pastorali, questo non può che essere un fatto estremamente positivo.

Il rilancio dei borghi e delle aree interne può contrastare davvero lo spopolamento, oppure funziona solo se accompagnato da servizi, lavoro e opportunità per i giovani?

Al netto del dover riportare il termine “borgo” alla sua dimensione puramente urbanistica, e parlare finalmente di “paesi”, c’è un punto fondamentale da mettere in chiaro: occorre paradossalmente concentrarsi sul presente, piuttosto che celebrare tempi andati o essere ossessionati dagli scenari futuri, perché è sul presente che si gioca la partita della persistenza nelle aree interne o, come meglio chiamarle, nelle Terre Alte. Pensare alle migliori condizioni dell’abitare di chi già è sui territori (indipendentemente dalla numerosità!), in primo luogo come diritto costituzionale (Articolo 3), in secondo luogo come insieme delle opportunità per restare, che può essere ovviamente prodromico nell’attrarre nuovi abitanti. La questione demografica è troppo complessa per essere banalizzata in scenari di fantascientifici ripopolamenti: è la logica mercatista dell’analisi costi-benefici che sta facendo andare via le persone dalle Terre Alte, lì devono essere garantiti servizi (scuola, salute, comunicazioni viarie e digitali, piccolo commercio, poste etc.) e lavoro oggi, non in futuro, considerandoli investimenti sociali e non costi. Se poi rilancio dei “borghi” è visto in chiave quasi esclusivamente turistica, le cose sono ancora più complicate: il turismo, laddove non sia vandalico, è una delle opportunità, e non la più importante.

In che modo il tema della qualità della vita si intreccia con quello delle disuguaglianze sociali ed economiche tra diverse aree della regione?

L’attuale assetto della regione Marche è figlio di un modello di sviluppo modernizzante e mercatistico della seconda metà del Novecento che ha brutalmente separato la costa dall’entroterra ed in particolare quello alto-collinare e montano, non esclusivo della nostra regione ma che certamente qui ha trovato una sua cristallizzazione esemplare. In più, eventi come il terremoto del 2016-17 rappresentano impatti molto pesanti sulla eguaglianza di opportunità per tutti i cittadini marchigiani. L’essere diventata regione in transizione e destinataria di misure come la ZES dà alle Marche più risorse economiche (forse) ma certifica evidentemente una difficoltà, un processo di deterioramento che non origina certo dall’oggi. Ovviamente ciò non toglie nulla al fatto che è una regione ancora oggi ad alta qualità ambientale e territoriale, poiché il ben-essere come detto non è solo evidentemente una questione economica, ma quella dell’alta qualità rischia di essere una eredità in esaurimento, se non ci si prende cura dell’intero territorio regionale e non si rivolge l’attenzione solamente alle sue parti considerate più “dinamiche”. Del resto, lo spopolamento e l’indebolimento sociale aggrediscono proprio alcune delle aree a maggior qualità ambientale e della vita e questo, ad oggi, è un drammatico paradosso.

Quanto conta la sicurezza percepita nella definizione del benessere di una comunità, e come si distingue dalla sicurezza reale?

L’aver ridotto in questo Paese la questione della sicurezza all’ambito del “Law and Order” è una sciocchezza di dimensioni colossali, efficace per la propaganda e la speculazione politica piuttosto che per la vita reale delle persone. Ovviamente la sicurezza comunemente intesa (quella del “più controllo da parte delle Forze dell’Ordine”) è un tassello dell’idea di società sicura, importante soprattutto per la percezione individuale dei cittadini, ma, mi viene da dire, forse occorrerebbe da parte delle istituzioni un’azione più “pedagogica” nei confronti dei cittadini stessi, facendo comprendere che nella sfera della sicurezza sta ovviamente il non essere aggrediti per strada, ma nemmeno morire sotto le macerie o il fango per l’inosservanza delle norme edilizie e insediative in aree sismiche o a rischio idrogeologico, c’è l’importanza di non vedersi svaligiate le case, ma anche il non soffocare d’estate in città cementificate e desertificate, c’è la certezza dell’osservanza delle regole ma anche il rafforzamento del senso di solidarietà e di reciprocità fra le persone. Insomma, la società sicura è una società più libera, soddisfatta, cooperativa e felice, non più militarizzata. In questo, mi si lasci dire, hanno un ruolo spesso negativo anche i mezzi di comunicazione di massa, anche quelli locali, che invece potrebbero essere preziosi in tal senso.

Promuovere i prodotti locali in scuole e ospedali può produrre un cambiamento culturale duraturo nei comportamenti alimentari e nella consapevolezza dei cittadini?

Senza dubbio, un’alleanza tra produttori locali e istituzioni come scuole, ospedali, carceri, residenze per anziani etc., per quanto riguarda la qualità del cibo, è assolutamente centrale e prioritaria, sia per il miglioramento dell’alimentazione, sia per la qualità, sia per l’opportunità economica per i nostri agricoltori, allevatori e trasformatori; seguendo l’intuizione di Carlo Petrini, tuttavia, di per sé il prodotto “locale” non basta se non è, assieme, “buono, pulito e giusto”, tenendo conto sia della qualità del prodotto, sia della salubrità sua e dell’ambiente, sia delle condizioni di lavoro di chi ce lo fornisce. E poi, certamente, occorre accompagnare il progetto con un’azione anche qui “pedagogica” nei confronti della cittadinanza, perché i cambiamenti rimangono nel tempo solamente se si è consapevoli della loro importanza, se si comprendono le motivazioni profonde del progetto stesso.

Quali indicatori sociologici userebbe per valutare, tra qualche anno, se questo modello di sviluppo ha davvero migliorato la vita delle persone?

Il tema è davvero un po’ complesso per costringerlo in poche righe ma lo risolverei con una battuta: abbiamo, a livello internazionale, un “Global Happiness Index” che misura la felicità delle persone. Ecco, chiederei ai nostri concittadini marchigiani, tra qualche anno, se sono felici.