Di Veronique Angeletti
Ondate di calore sempre più frequenti che surriscaldano le acque del mare Adriatico, pesci di specie “aliene” e avvistamenti di cetacei. Come sta cambiando il mare Adriatico? Per avere dati in tempo reale si può consultare la boa oceanografica di Fano, gestita anche dall’Università Politecnica delle Marche: sul sito sono disponibili dati correnti e serie storiche di temperatura. Sono strumenti fondamentali per capire e documentare cosa sta accadendo al nostro mare.
Questo fa sì che vediamo prima qui una forte penetrazione di specie aliene, ovvero specie non indigene del Mediterraneo. Il granchio blu, per esempio, è un caso emblematico. I nostri mari stanno cambiando perché innanzitutto l’Adriatico si scalda più rapidamente del resto del Mediterraneo e questo indebolisce la biodiversità locale, rendendo più facile l’insediamento delle specie aliene.
Intervista al Prof. Roberto Danovaro, professore di Biologia ed Ecologia marina all’Univpm.

Professore, in Adriatico abbiamo avuto avvistamenti di balenottere vicino la costa. È davvero una Balaenoptera physalus?
Con i brevi video che abbiamo, raccolte da appassionati che erano presenti quando sono apparse davanti alle nostre coste, l’ipotesi più probabile è proprio la balenottera comune, Balaenoptera physalus. Ed erano due esemplari. È sempre un segno straordinario vederle. Il soffio è un elemento utile alla loro identificazione: forma, altezza, inclinazione aiutano a distinguere le specie. In ogni caso, è stato giusto mantenerla a distanza per non disturbarla.
Quando vede queste immagini di una grande balena così vicino alla costa, cosa pensa?
Mi preoccupo. L’Adriatico non è l’habitat elettivo di questi grandi signori del mare: ci arrivano, sì, ma spesso quando sono in difficoltà, disorientati o non in perfette condizioni. Non è detto che sia sempre così, ma l’avvicinamento in acque molto basse – come in questo caso, poco più di 10 metri di profondità – è un campanello d’allarme.
In passato abbiamo avuto un caso famoso, la balenottera morta al Conero, ribattezzata “Conerina”. Che storia è stata?
Era una balenottera come questa, morta nel 2007 e spiaggiata lungo la Riviera del Conero. Come università avevamo proposto di affondare la carcassa per lasciarla nel suo cimitero naturale, il fondale marino: è ciò che accade normalmente in mare aperto. La scelta aveva suscitato all’inizio molte discussioni: qualcuno temeva che la carcassa potesse inquinare il mare, ma in realtà tutte le balene che muoiono naturalmente affondano e diventano fonte di vita sul fondo. Nel tempo, quel “whale-fall” è diventato un’attrazione per subacquei. Molte vertebre sono poi finite esposte in diversi locali di Portonovo.
Uno scheletro di balena è una attrazione?
Sì, ma un intero scheletro di balena preparato per un museo può costare anche 100 mila euro. Si tratta di operazioni lunghe e specialistiche. All’epoca, i Comuni non avevano le risorse; abbiamo lasciato la carcassa sul fondo, studiato l’arricchimento ecologico che produceva, e col tempo alcune ossa sono state recuperate e spostate. L’area identificata per l’affondamento era quella dove si trova il relitto della “Nicole”, una nave che trasportava minerali (feldspato), affondata nel 2003: i relitti diventano vere e proprie oasi, colonizzate da organismi e pesci.
Oltre alle balenottere, che cosa altro stiamo vedendo nel nostro Adriatico?
L’Adriatico è un sensore del Mediterraneo del futuro. Il Mediterraneo anticipa l’evoluzione degli oceani dei prossimi decenni, e l’Adriatico è l’avanguardia di questo cambiamento. È il bacino meno profondo, si sviluppa da nord a sud, dal Golfo di Trieste allo Ionio, attraversando diverse latitudini. Proprio la bassa profondità accelera il riscaldamento.
Negli ultimi 10–20 anni le ondate di calore marino si sono intensificate. Dal 2005 in poi sono diventate prima eventi biennali, poi praticamente annuali. Il 2025 ci ha “graziato”: a giugno le temperature stavano salendo a livelli record, poi c’è stato un rallentamento che ha evitato un’altra ondata come quella del 2024.
Sulla base dello storico, tra il 2026 e il 2027 è probabile un nuovo grande evento di ondata di calore: nei primi metri della colonna d’acqua si possono avere aumenti anche di 4–5 °C.
Chi sono le “vittime” principali di questo processo tra i molluschi?
Almeno due: il cannolicchio e la nostra vongola autoctona, Ruditapes decussatus, soppiantata dalla vongola filippina.
Partiamo dal cannolicchio: che cosa gli è successo?
Ha due problemi principali. Primo: ha una distribuzione simile alla vongola, ma valve molto più fragili. Le attività di pesca a strascico e l’uso di turbosoffianti lo hanno letteralmente frantumato. Il guscio del cannolicchio è delicatissimo: se trascini reti o spari getti d’acqua molto forti sul fondale, si rompe. Secondo: è una specie spesso presente a bassissima profondità e le ondate di calore sono devastanti. Una volta lo si prendeva “con le dita dei piedi”: i nostri nonni guardavano in acqua e li afferravano così, o usavano una goccia d’olio per vedere meglio. Era una pratica comune per farsi una pastasciutta: oggi queste popolazioni sono molto ridotte.
E la nostra vongola “vera”? Come è stata sostituita dalla filippina?
La nostra verace nativa è Ruditapes decussatus. È stata sottoposta per decenni a una pesca molto intensa. Negli anni ’80 (andrebbe verificata la data esatta) è stata introdotta volontariamente Ruditapes philippinarum, la filippina, con valve un po’ più robuste.
La riconosci anche dai sifoni (i tubetti che escono dal guscio): nella verace nativa sono separati, mentre nella filippina sono uniti. lunghezze diverse. La filippina è più resistente, si adatta bene, e ha preso il sopravvento: oggi rappresenta probabilmente oltre il 90% delle vongole in commercio. Per legge è stata definita “verace”, ma la nativa è l’altra. Dal punto di vista del gusto non è semplicissimo distinguerle. Dal punto di vista ecologico, però, è stato un esperimento di ingegneria ambientale che ha penalizzato la specie autoctona.
Passiamo ai moscioli, vanto del Conero. Dopo lo stop alla pesca del 2024, come sta andando la stagione?
Lo stop del 2024 a causa dell’ondata di calore e delle mucillagini ha lasciato segni evidenti anche nel 2025, ma dall’inverno 2024 il reclutamento delle cozze è ripartito molto bene. Non essendoci più quasi nulla, le nuove generazioni hanno trovato molto spazio. Dopo circa 18 mesi le cozze raggiungono la taglia commerciale: ora sono raccoglibili. Se non arriveranno altre ondate di calore anomale tra fine giugno e agosto, i pescatori potranno lavorare. Un’ondata di calore come quella del 2024, però, darebbe un colpo durissimo. Per questo chiedo a marchigiani e turisti di evitare la raccolta fai-da-te: la popolazione è ancora in recupero. È meglio lasciare la raccolta ai professionisti, che selezionano taglie e quantità in modo più sostenibile.
Dopo le forti piogge di questo inverno abbiamo avuto un grande apporto di sedimenti e nutrienti. Ha reso il mare più “ricco”? È un fenomeno superato?
L’apporto di nutrienti aumenta la produttività del mare, sì. E ne vediamo ancora effetti: la stagione quest’anno è in ritardo, ma le fioriture planctoniche ci sono, l’acqua diventa più verde. È una fase importante: una manna per molti organismi marini, grazie all’esplosione di microalghe, che sono cibo prezioso per la vita del mare. Diverso è il discorso delle fioriture di alghe potenzialmente tossiche, come Ostreopsis ovata che di solito compaiono e settembre, ma l’anno scorso sono apparse già a fine luglio, creando non pochi disagi. Speriamo non succeda quest’anno. Sappiamo quali zone sono a rischio (ad esempio il Conero), ma non possiamo prevedere con precisione quando avverranno.
Parliamo di difesa della costa. Tutte le barriere di rocce, gli scogli artificiali nel Pesarese e altrove sembrano aver creato nuovi habitat interessanti per i sub. È un’impressione o è reale?
È reale. Le strutture artificiali – in eco-cemento o pietra naturale – possono essere ottimi strumenti per ripopolare il mare e ricostituire habitat. Vengono usate moltissimo nel mondo. Il problema è come vengono progettate: di solito solo dal punto di vista idraulico, senza considerare l’ecologia. Così a volte sono troppo vicine alla riva, con risultato estetico e ecologico discutibile; in altri casi hanno favorito specie aliene; in altri ancora hanno creato ottime condizioni per nuovi habitat. Il vero tema è che abbiamo sostituito con opere rigide al posto di quelli che un tempo erano banchi di ostriche naturali, vere “muraglie sommerse viventi”, soprattutto tra Fano e Pesaro. Difendevano il litorale dall’erosione e creavano un’incredibile ricchezza di habitat per pesci e altri organismi. In Italia e in Europa di questi sistemi ne abbiamo persi l’80–85%. Questo ha indebolito molto la capacità naturale del litorale di difendersi.
Oggi si può pensare di ricostruire questi sistemi naturali? C’è anche un’economia dietro?
Sì, ed è quello che si sta cercando di fare con il restauro ecologico e l’ingegneria ecologica: riportare scogliere sommerse naturali o semi-naturali. L’Unione Europea finanzia molte di queste iniziative, chiamate “Nature-Based Solutions” (soluzioni basate sulla natura). La differenza è enorme: una scogliera artificiale costa moltissimo in manutenzione dopo ogni mareggiata; una scogliera di ostriche si auto-mantiene. Le ostriche crescono, si riproducono, difendono il litorale meglio di molte strutture rigide, mantengono una buona balneabilità e migliorano la qualità dell’acqua. In più, aumentano la biodiversità, rendono le zone interessanti per le immersioni e possono moltiplicare fino a 16 volte la biomassa di pesce circostante. Un vantaggio diretto per la piccola pesca e per l’economia locale.
Che specie di ostrica è quella “nostra”? E ce l’abbiamo ancora?
È l’ostrica comune, Ostrea edulis. Non è scomparsa: la troviamo ancora sulle scogliere frangiflutti e sulle pareti in cemento dei porti. Il problema è che i vecchi banchi naturali sono stati “sbancati”: su fondali sabbiosi le ostriche non riescono a insediarsi da sole. Servono strutture di avvio – supporti, “semi” di ostriche, siti di ripartenza – da cui poi si auto-alimentano nel tempo. Oggi vivono un po’ “di riflesso” sulle opere artificiali: dobbiamo aiutarle a tornare a costruire scogliere vive.